Attraverso i muri, le porte, le immagini votive, si avverte il senso profondo e profondamente vero dell'arte di Ponzio IV e del suo percorso tra pittura e valori esistenziali, tra una sottesa spiritualità e le riaffioranti memorie del passato.
Allievo di Pontecorvo, sperimentatore attento ai linguaggi del Novecento, inesausto ricercatore dei frammenti di una realtà rivisitata, il pittore di La Spezia, ma residente da tempo a Torino, esprime nelle sue tecniche miste l'interesse per la materia, per le superfici corrose dalle intemperie, per le strutture in ferro che emergono dalla materia come antichi reperti incassati nel cemento e - ha scritto Marco Rosci - "con aspetti concettuali e di confronto con la cultura materiale e popolare devozionale", che lo "fa partecipe con ottimi risultati, della più avanzata cultura torinese...". Un lavoro, quello di Ponzio IV, rigoroso, estremamente misurato, scandito secondo una interiore visione della realtà circostante, del trascorrere del tempo, del rinnovarsi delle stagioni.
Una ricerca, la sua, che dall'inizio degli anni Settanta ha preso consistenza attraverso una serie di mostre e di presenze che attestano gli aspetti di un cammino estremamente misurato, controllato, segnato da un continuo approfondimento dei mezzi espressivi.
E dalle rassegne della "Promotrice" al Valentino, a "ArtExpo" a Los Angeles, dalla personale alla "P.H. Gallery" di Torino, diretta da Giorgio Bosio, a quella alla Gallerie "B" di Parigi, si snoda l'essenza dell'impegno di Ponzio IV, che sfocia nel suggestivo spazio de "La Paracca" di Dada Rosso. In quell'occasione, Roberto Tessari sottolinea che la "declinazione formale tipica dell'artista persegue una sua personalissima alchimia dell'immagine perduta". Sembra, cioè, voler ripercorrere il processo costitutivo di tanti "oggetti visivi" riscoperti. E lo fa attraverso una pittura materica che s'impone l'ardua disciplina di re-inventare (oltre al colorismo sovente fantasmatico) spessori e increspature, rughe e dislivelli delle superfici di cui vivono i suoi soggetti".
Soggetti che rivelano, di volta in volta, un tessuto culturale legato all'arte d'oggi, alla straordinaria energia della materia che esalta il valore intrinseco di un linguaggio mai estenuato.
E una dolcissima Madonna con il Bambino, un cancello corroso, una lettiera, concorrono a definire l'impegno di un pittore che mediante i suoi "muri immagine" "imprime la memoria del tempo: ecco le tracce corrose di queste ringhiere affiorare come ombre corpose, e con esse - nota Francesco Butturini - sembra di vedere le storie domestiche che queste tracce toccano e sollecitano. Non é questione di pittura o scultura. É questione di forte impressione globalmente artistica che nasce da una nuova presa di possesso di sensazioni ...".
In particolare, il discorso di Ponzio IV appare contraddistinto dalla sequenza delle "porte" che diventano il simbolo del percorso dell'umanità: dal II conflitto mondiale alla nuova tragica guerra nell'ex Jugoslavia. Un percorso doloroso, tragico, inquietante.
E la porta é contemporaneamente chiusura e possibilità di "entrate" in altro, è negazione di una realtà che si cela dietro il battente e la possibilità di "scoprire" invece aree geografiche alternative, luoghi della memoria, sottese emozioni.
In tale direzione, si configura il lungo e interiorizzato capitolo della pittura-scultura di Ponzio IV e la sua capacità di trasmettere il fascino di una figurazione che sembra ricollegarsi al passato, a grate di palazzi nobiliari, alle arabescate testiere di letti in ferro battuto. Vi é in questo artista la consapevolezza di utilizzare la materia come "media" principale, decisivo, determinante per fissare un affiorante ricordo, mentre segni graffiti percorrono la superficie, tracciano lettere di un personale alfabeto, frammenti di identità, piccoli cenni di un dettato che di tavola in tavola si completa, si chiarisce, si esprime in termini di un poetico risvolto dei contenuti. E proprio sui contenuti si delinea il lavoro di Ponzio IV, la dimensione di una scrittura che unisce un muro affrescato a un chiavistello, un anello in ferro al cemento, in una sorta di riscoperta di un tempo di memorie, di trascorsi eventi, di impercettibili segnali che emergono dalle sedimentazioni e dalle stratificazioni delle ere culturali, storiche, sociali.

Torino aprile 1999 - Angelo Mistrangelo

 

 

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